Brano musicale: Gabriel’s Oboe · Ennio Morricone, The Mission
Quanto diciamo riguardo a Dio non è altro che un significato, un segno, una parte del simbolo che rimanda a noi e ci apre all’Invisibile indicibile, che ci mette in cammino, scalzi, verso il monte Horeb del Roveto ardente. Per vedere qualcosa? Per vedere cosa?
Nel suo affascinante testo L’extase blanche, Michel de Certeau racconta di un giorno in cui si presenta un giovane monaco, proveniente da un lontano paese chiamato Panoptia (“Visione piena”), per consultare il monaco Simeone. Non si dice quale fosse l’oggetto della consultazione, bensì viene data solo la risposta di Simeone. Succede spesso, dice questo, che il contemplativo voglia arrivare a vedere qualcosa o anche a vedere tutto, ma si tratta di una tentazione. Guardando, vediamo cose, ma vedere Dio consiste nel non vedere nulla, o nel vedere nulla, entrare nella pura visione, nell’“estasi bianca” al di là della divisione tra soggetto e oggetto della visione. È l’esperienza assoluta della Realtà assoluta. È il Nulla del Maestro Eckhart, di Giovanni della Croce, lo stesso Nulla – perché no? – di Friedrich Nietzsche, di Martin Heidegger. È l’“infinito vacante” di Edmond Jabès.
José Arregi. L’Infinito prima di dio: In transizione: liberare il Mistero divino dalle immagini umane
(Post-teismo Vol. 4) (pp. 43-44).
Non so come tenere
questo mondo in fiamme
non so come lasciarlo andare
il pensiero ustiona ma cuce
alla terra sfigurata,
a chi combatte a chi spegne
a chi perde il sonno, la qualità
di abbandono che chiamiamo sogni.
Che siate visitati dagli animali custodi
che i fiumi siano in piena confidenza
con le lacrime, ci sia un pensiero
che ci pensa e rammenta
come tener salda la terra
nel mondo che si abbuia.
Chandra Candiani, Pane del bosco



