Lettura e brano musicale: settimana del 02 marzo

Brano musicale: Hania Rani, Eden

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. (Marco 1, 40-42)

Il Vangelo ci ricorda che ciò che sembra allontanarci da noi stessi, dagli altri e da Dio, risulta invece come occasione dell’incontro col Gesù che guarisce, il Dio della vita.

Ecco il paradosso. La lebbra, il limite, il peccato non è ciò che ti separa da Dio, ma è l’occasione per poterti avvicinare a lui, occasione perché Dio possa avvicinarsi.

Quindi non c’è zona d’ombra che abbia il potere di allontanarci dalla fonte della vita. Anzi: il nostro bisogno di guarigione si rivela come diritto ad avvicinarci a lui. Occorre solo riconciliarci con la nostra ombra, con il nostro limite, farlo emergere, chiamarlo per nome, abbracciarlo e dirgli: ti accolgo perché fai parte di me.

“Lo voglio” (v.41) dice Gesù al lebbroso che gli chiede di essere purificato. Bellissimo! L’amore si nutre solo di un desiderio: che l’amato viene guarito. L’unico desiderio di Dio è che i figli diventano guariti. Tutti. A differenza a dio della Legge, del dio delle religioni, che vuole solo servi migliori, il Dio della fede vuole figli guariti, splendenti, maturi.

Gesù purifica toccando. Ci ricorda così, guarendo con una carezza, che la religione, di ieri e di oggi, ha il potere di distinguere le persone tra puri e impuri, di separare i giusti dai peccatori, quelli che ce la fanno a forza di prestazioni, dai fragili e i recidivi, che invece non ce la fanno. Ma non c’è bestemmia più grande che separare le persone in nome di Dio o di una presunta legge religiosa, fosse anche divina. Il giudizio morale non genera mai vita, l’amore che trascende i confini del giudizio sì.

Paolo Scquizzato, La ferita e la luce

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