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XIII domenica del Tempo Ordinario. Anno B

Mc 5, 21-43

Nella vita non ci è chiesto di diventare migliori ma solo noi stessi.
Migliorarsi per compiacere il mondo, farsi trovare sempre adeguati, corrispondere alle altrui aspettative, alla lunga si rivela un bagno di sangue (l’emorroissa in questo brano), tanto da vivere da morti (la figlia di Giàiro).
Le due figure femminili di questo brano sono due facce dell’unica realtà umana: la mia.
È fin troppo facile ritrovarsi a vivere una vita svuotata. Svuotata di senso e di tutto: amori esauriti; lavori alienanti mai scelti; recita di ruoli da commedianti sul palco dell’esistenza, e via dicendo.
Vite addormentate insomma, sempre in fieri, mai vissute. Sognate.
L’unico sogno di Dio, stando alla Scrittura, è che ciascuna creatura ‘abbia la vita e l’abbia in abbondanza’ (cfr. Gv 10, 10). Per questo ciascuno è chiamato a venire alla luce di sé, risvegliandosi alla propria pienezza, la propria verità.

Gesù entra nella stanza della ‘morta-vivente’ e prendendole la mano è come le dicesse: ‘Alzati, ora prendi in mano la tua vita, fanne un capolavoro di fecondità. Vivi in pienezza, non pagare più il prezzo ad altri per la tua felicità. Sii finalmente te stessa. Su, svegliati, intraprendi la strada che sei in grado di percorrere da te, decidi da te la direzione da imprimere alla tua vita’.

«E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì suo corpo che era guarita dal male» (v. 29).

Comincia a vivere da vivo chi intraprende con decisione il viaggio verso sé stesso, risalendo alla propria sorgente interiore. Prendendone contatto, ringraziando per avviarsi sulla propria personalissima strada, portando a compimento questa ‘mia’ vita, per quanto ferita e derelitta possa essere, ma sempre vincente perché la mia.
La domanda alla fine non sarà perciò ‘cosa ho fatto nella mia vita’, ma piuttosto ‘cosa ho fatto della mia vita’.

«Il processo di ricerca è sempre una discesa graduale alla scoperta di sentimenti sepolti, alla scoperta del proprio mondo interiore, dove è possibile riprendere in mano il filo della propria storia. L’uomo scopre così che chiunque abbia sepolto o espulso dalla sua coscienza e lasciato dietro sé nel passato (il bambino che era, i genitori come figure di dimensioni sovraumane, persone che un tempo amava o temeva) è ancora vivo dentro di lui; qualunque cosa sia stata sepolta, esiste ancora nel mondo interiore. Qualsiasi cosa sia stata smembrata, è stata come “sepolta viva” e quando la si scopre, è lì, intatta come allora» (J.S. Bolen)