Brano musicale: Carlos Cipa, My Fellow Creatures
Vita e Morte
Forse la possibilità di guardare in faccia la vita e la morte, la predisposizione a sapere, mentre siamo in vita, che necessariamente moriremo, è una caratteristica distintiva dell’essere umano, nei confronti delle altre forme di vita. Certo non la sola, ma per nulla trascurabile. Anche molti animali sensibili, quando sono in condizione di pericolo o di grave malattia o condannati a imminente morte dall’uomo o da altri animali, si rendono conto di stare per morire e manifestano a loro modo questa comprensione. Ma solo l’essere umano è in grado di pensare alla morte, di rendersi conto, anche se è in piena salute e nel fiore degli anni, che prima o poi certo morirà, anzi che una delle poche cose davvero certe della vita è, a quanto pare, proprio questa di morire. Non è escluso che questa sia la molla di tutto lo sviluppo del pensiero, di tutto l’agire e il progredire del genere umano: la coscienza del destino a non essere e l’impulso che ne deriva a lasciare una traccia in questo ineluttabile vuoto.
La ricerca religiosa, che è ricerca di senso oltre al senso contingente della propria vicenda umana, non può non partire di qui: dalla cognizione del limite in cui sono rinchiuso e dalla conseguente domanda: perché? Perché sono nato, se nascere significa morire? Siamo qua dentro, in questa contraddizione, e non è bene far finta che non sia così. Non è bene non per ragioni morali, nel senso del bene o del male: non è bene perché l’unico modo che abbiamo per uscire dalla contraddizione è accettare il fatto di esserci dentro, una volta persa l’innocenza che ci permetteva di non percepirla come una contraddizione. Però, attenzione: la religione si distingue da tutto il resto, è tutt’altro rispetto alle attività e facoltà e discipline umane, perché, pur ponendosi in fondo di fronte allo stesso interrogativo cui si pone la filosofia e in senso lato la scienza, quel perché che è alla base di tutto, non si propone di risolverlo con una risposta esauriente. Questo è un punto molto importante, a mio avviso: là dove la religione dimentica quell’interrogativo, e non ti obbliga a starci dinanzi, essa diventa superstizione, tecnica consolatoria, fatalismo incosciente; là dove pretende di fornire risposte esaurienti sul piano della spiegazione e della resa dei conti, essa diventa fondamentalismo e settarismo: in entrambi i casi una medicina peggiore del male. Solo se la religione ha l’umiltà di riconoscere che non serve a niente sul piano delle risposte esaurienti, può svolgere la sua meravigliosa e insostituibile funzione: spogliare quella domanda dall’angoscia e farne il motore pulito che fa girare la ruota di ogni esistenza.
Giuseppe Jisō Forzani, nel commento sul Shōji – Vita e Morte di Eihei Dogen



