Brano musicale: Henning Fuchs Music, Time drops
[…] il soggetto principale della preghiera non siamo noi: è Dio che prega in noi; e noi dobbiamo soprattutto attenderlo. Questo comporta un atteggiamento di accoglienza (non dicono gli studiosi della materia che il mistico è in atteggiamento femminile? E non è forse l’accoglienza un tipico carisma della donna?): accoglienza che, in una cultura virilista, tutta protesa al fare, non ha una buona stampa. Un modello antropologico come il nostro ha ben scarse capacità contemplative; potrà anche dire molte preghiere, in una sorta di efficientismo devozionale, ma la preghiera – questo modo di essere, di vivere e di essere vissuti, in gratuità di ascolto, di attesa, di concavo silenzio – gli è assai difficile. Una pedagogia contemplativa, perciò, comincia da lontano: dall’educazione a valori in disuso, quali appunto la recettività, la gratuità, l’utopia, la fantasia, la dimensione artistica e ludica: atteggiamenti tutti correlati tra loro e omogenei alla contemplazione, che costituiscono come il terreno d’impianto, di radicamento e di sviluppo della vita divina che vive e prega nella nostra. Tutto ciò è una specie di affronto all’efficientismo della nostra vecchia cultura, tutta tesa al fruibile e fungibile; perciò la preghiera ha un’alta carica rivoluzionaria: rivoluzionaria: è un «no» a questo mondo del consumo, in nome dell’assoluta gratuità di un Dio che non si presta a servizi consumistici. E, nella sua carica rivoluzionaria, è anche profetica e anticipatrice di una cultura nuova, più fantasiosa e cosmica, che si annuncia con presagi di ascolto e di femminile accoglienza. Infatti, questa cultura incipiente già sta consumando il privilegio del dare sull’accogliere. Oggi siamo ben consapevoli dei condizionamenti culturali, che sono il nostro ricever dalla storia, dagli uomini, dal mondo e dalle realtà del mondo; oggi parliamo, con nuova pregnanza, di attenzione, di ascolto, di apertura, di disponibilità che sono tutti atteggiamenti recettivi. Forse c’è spazio per sperare e soprattutto per attendere.
Zarri Adriana, Teologia del quotidiano



