Brano musicale: Secret Garden, Atlantia
Gli dèi greci hanno luogo, accadono, e non possiamo confonderli. Artemide e Mercurio, Apollo e Dioniso hanno uno stile inconfondibile, possiedono fisionomie precise, prediligono certi spazi rispetto ad altri, si rendono riconoscibili in alcuni determinati eventi. Più difficile da afferrare è il Dio che successivamente ha preso il posto, da noi, di quegli dèi. Egli non ha un luogo specifico in cui rivelarsi o mostrarsi, e secondo i teologi non sembra amare particolarmente l’evidenza. Se anche appare, non può essere integralmente ridotto a quella manifestazione, e bisogna sempre riconoscere uno scarto tra ciò che di lui appare e ciò che in lui è. La differenza tra politeismo e monoteismo – usiamo provvisoriamente queste categorie, consapevoli della loro problematicità – si potrebbe dire che consista in ciò: dove il politeismo è il riconoscimento di un dio in un certo luogo, nella natura, vincolato a una certa particolare esperienza del mondo e che si risolve integralmente in essa, il monoteismo, proprio a causa dell’unicità del soggetto divino, deve fare di quel Dio il garante di ogni esperienza, giungendo però, se svolto fino all’estremo, ad affermare che egli necessariamente non ha luogo proprio. Riconoscerlo da una parte piuttosto che in un’altra è, se si è conseguenti, un errore. Da questa peculiare caratteristica, deriva tutto il pathos delle religioni monoteistiche, che nel corso dei secoli non hanno fatto in fondo che ripetere la stessa estenuata domanda: se non ne possiamo fare esperienza nel mondo, dov’è Dio? Come possiamo riconoscere la sua presenza?
A questa domanda si possono dare due soluzioni: si può tentare di dare luogo a Dio attraverso il linguaggio, di costruire per lui un edificio o una prassi, attraverso simboli e immagini, e così renderlo concreto attraverso un preciso medio della rivelazione, affinché egli diventi un asilo per le incertezze e una garanzia dell’ordine coerente del mondo; oppure si può pensare questa assenza di luogo, per il divino, come una sua determinazione fondamentale, portarla fino in fondo e così intendere come non Dio abbia luogo nel mondo, bensì il mondo abbia luogo in Dio.
Dattilo, Emanuele. Il Dio sensibile (pp. 75-76)



