Mt 11, 25-30
Tutto sembra andare nella direzione sbagliata. Giovanni il Battista è in carcere; Corazin e Betsaida restano sorde all’annuncio del rabbi di Nazaret; in Galilea cresce il malessere sociale. E Gesù che cosa fa? Esplode in un inno di gratitudine. Nel racconto parallelo, Luca annota addirittura che «esultò di gioia nello Spirito». È un paradosso che merita di essere preso sul serio.
La sofferenza che proviamo non nasce soltanto da ciò che ci accade, ma soprattutto dal significato che attribuiamo agli eventi. Non sono i fatti, da soli, a imprigionarci: è lo sguardo con cui li attraversiamo.
Per questo Gesù parla dei “piccoli”. Non degli ingenui, ma di coloro che conoscono la fatica del vivere, le ferite, le delusioni, eppure conservano occhi capaci di vedere oltre la superficie. Essi intuiscono che, per quanto radicale possa apparire il male, esso non è mai profondo quanto il bene. Il male ferisce la vita; il bene la fonda.
Nel Vangelo di Tommaso leggiamo: «Il vegliardo non esiterà a interrogare il bambino di sette giorni sul Luogo della Vita, e vivrà». Quel bambino rappresenta una coscienza non ancora divisa. Vive interamente nel presente, senza la frattura tra ciò che è e ciò che vorrebbe fosse. Basta osservare un bambino mentre gioca: il tempo scompare, l’io si dissolve, rimane soltanto la vita che accade. Egli dimora nell’Uno, custodisce ancora il volto dell’eternità, immerso nella Sorgente.
Quando Gesù invita a «diventare come bambini», non ci chiede di tornare infantili, ma di ritrovare quella coscienza originaria. Di riconoscere il nostro vero Sé, ciò che in noi precede ogni ruolo, ogni storia, ogni ferita. Scoprire questa dimensione significa comprendere che le prove, le perdite e perfino la morte riguardano la forma con cui ci esprimiamo nel mondo, non la nostra essenza. Tutto ciò che accade è reale, ma non è ultimo.
Di fronte ai piccoli stanno i “sapienti e i dotti”. Non gli studiosi, ma coloro che credono di sapere e per questo non vedono più. Sono gli inconsapevoli, gli addormentati della coscienza. Per loro la realtà coincide con ciò che appare; il visibile è tutto ciò che esiste. Confondono, direbbe la tradizione indiana, il serpente con la corda e vivono così nella paura, perché scambiano l’illusione per la verità.
Per questo la gioia di Gesù non è ottimismo né ingenua evasione. È il frutto di una conoscenza profonda. Egli ha riconosciuto la Verità che abita ogni essere umano e, radicato in essa, ha sperimentato la libertà più grande: quella dalla paura. Anche dalla paura della morte. Perché chi conosce la propria Essenza sa che nessuna oscurità potrà mai avere l’ultima parola.



