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VI domenica di Pasqua. Anno B

Gv 15, 9-17

«Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (v.11).
Gesù parla qui di gioia, non di piacere o felicità. 
Gioia è la parola più “alta” del nostro vocabolario esistenziale. 
Se il piacere riguarda i sensi: una volta appagati il piacere svanisce, la felicità dipende dalle fortuite circostanze della vita. Si sarà felici nella misura andranno a verificarsi quelle circostanze immaginate benevoli per sé stessi. Il problema è che la vita non va quasi mai come l’abbiamo preventivata. 
Piacere e felicità sono sentimenti sotto condizione. 
E poi c’è la gioia, che altrove nel vangelo viene chiamata anche beatitudine. Essa è incondizionata, ossia non soggetta né ai sensi e tanto meno alle circostanze. 
Si tratta piuttosto di ‘uno-stato-dell’essere’. Non deve giungere, accadere. È già data, come l’anima informa il corpo. Il problema è che non ne siamo consapevoli. La gioia è la sorella povera del piacere e della felicità, di continuo agognati come se una manciata di bigiotteria – procacciata a volte a costi altissimi – potesse valere quanto l’oro di cui siamo già costituiti. 
San Francesco la definì ‘perfetta letizia’. E abita nei fondali esistenziali, a profondità abissali, che frequentiamo troppo poco, perché impegnati a stare sulla vivacità della superficie. 
Etty Hillesum la chiamò sorgente e corrente interiore, e pian piano divenne consapevole di doversene occupare, con cura, in una costante ‘igiene interiore’. 
Per Francesco, Etty, Gesù di Nazareth… una cosa è chiara, che questa gioia, questo ‘stato dell’essere’, questo sapersi radicati nel Tutto non potrà essere toccato da nulla e da nessuno. Niente nella vita potrà accedere a tali profondità: «nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16, 23). 
Va da sé che questa gioia perfetta, ‘assoluta’ ossia sciolta da prestazioni e legami, non risiede nella positività della vita. Non ci deriva dal costatare che le cose vanno bene, o dall’assenza di prove, malattie, sofferenze, ma piuttosto dalla negatività ‘assunta’ e accolta. È solo questione di integrazione delle proprie ombre e al contempo di disidentificazione con le medesime: io-non-sono-tutto-ciò che la vita mi riserva. Il mio centro, il mio vero Sé – Dio – sorgente interiore – fuoco (ognuno lo chiami come vuole) – rimane, nei miei abissi interiore, fortezza inattaccabile e inespugnabile. 
Poco prima di morire ad Auschwitz, Etty in una lettera scrive: ‘Io non mi sento affatto derubata della mia libertà, e in fondo nessuno può farmi veramente del male. Sì, ragazzi miei, è così, ospito in me una curiosa specie di triste letizia. […] si può ben soffrire senza per questo cadere nella disperazione. […] Sai, qui se non hai una forza così grande dentro di te da poter vedere il mondo esterno come nient’altro che una serie di pittoreschi accidenti incapaci di rivaleggiare con la più grande beatitudine, che può costituire la parte inalienabile della nostra interiorità – allora qui è proprio una disperazione’. (Lettere 44 e 45, dal Campo di smistamento di Westerbork, 29 giugno e 11 agosto 1943).