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IV domenica di Quaresima. Anno B

Gv 3, 14-21

Con buona pace dei profeti di sventura cristiani, sponsor funesti d’inferni impossibili e punizioni divine, Giovanni ricorda che Dio non è venuto né per condannare (v. 17), e tanto meno per giudicare (cfr. Gv 8, 15), ma solo per salvare, ossia a fare in modo che l’uomo giunga alla pienezza di sé. E se proprio vogliamo parlare di ‘giudizio’ di Dio, questo altro non è che la croce, «giudizio del giudizio» – come dice Massimo il Confessore – che prende su di sé il male del mondo per distruggerlo trasformandolo in vita.

La spazzatura dispersa nell’acqua la sporca, gettata nel fuoco ne aumenta il calore e la luce.

Dio giudica amando e ama perdonando.

Condanna salvando e si vendica perdonando.

Non toglie vita a chi lo rifiuta ma dà vita a chi gliela toglie.

Esiste un solo modo per ‘essere condannati’ – ossia per fallire la vita – non portarsi alla luce (v. 20), non sbocciare, non costruirsi in grado di vincere la morte e non credere all’amore (v. 18); non accettare di lasciarsi raggiungere da quella luce che è venuta nel mondo (v. 19) per splendere su tutti: sui cattivi e sui buoni, sui giusti e gli ingiusti (Mt, 5, 45) e spendere la vita senza illuminare qualcuno: unico modo per spegnerci anche noi.