IV domenica di Avvento. Anno C

Lc 1, 39-45

All’annuncio dell’angelo, Maria dice sì all’imprevedibile e più tardi sarà spettatrice dell’improbabile. Si dà ‘miracolo’ laddove non s’attende più nulla se non l’inatteso.

Finalmente colta da stupore, Maria «si alzò e andò in fretta» a far visita all’altro da sé nel suo bisogno più radicale (v. 39). Solo perché raggiunti nel vuoto delle nostre aspettative, possiamo raggiungere qualcun altro che non sia l’io’ e il ‘mio’.

Vivere il vuoto, questa è la condizione perché ci faccia visita ciò che in realtà da sempre ci abita. Prendere consapevolezza che v’è dentro noi un’energia che è la medesima che manda avanti l’Universo e poi sporgersi finalmente sull’ulteriore.

Svuotati dai nostri attaccamenti ci scopriremo da una parte divini, dall’altro capaci di raggiungere chi è in attesa per donare vita. E così stupirsi.

Ecco la grande malattia del nostro tempo: l’incapacità di stupirci. Tutto è già noto, già dato, scontato, prevedibile, immaginabile. Non c’è spazio per il Mistero, ovvero l’ostinata certezza che la realtà non è tutta qui, ma ancora infinitamente altro. Abbiamo ridotto la religione a qualcosa di stantio, che sa di vecchio, il luogo del ‘noto’, del déjà vu, delle certezze apodittiche. Non c’è più spazio per l’inatteso, il sorprendente, l’inaudito. La religione s’è ridotta a terreno in cui ci si limita a fare archeologia del sacro, e i ‘funzionari di dio’ ridotti alla stregua di antiquari, cultori della cenere piuttosto che custodi del fuoco.

Che il Natale sia esperienza dell’acqua che fa fecondare, del fuoco che accende potenze assopite, dell’aria che torna a far respirare e della terra che fa germogliare la vita.

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