Lettura e brano musicale: settimana del 27 luglio

Brano musicale: Secret Garden, Serenade to Spring

La contemplazione non si può insegnare. Non si può neppure spiegare chiaramente. Può essere solo accennata, suggerita, indicata, simboleggiata. Più si tenta di analizzarla obiettivamente e scientificamente, più la si svuota del suo vero contenuto, poiché è un’esperienza che va oltre i confini delle parole della ragione.

[…]

Voler descrivere «reazioni» e «sensazioni» equivale a situare la contemplazione là dove essa non può trovarsi, ossia al livello superficiale della coscienza, dove essa può costituire oggetto di osservazione. Ma questa osservazione e questa coscienza fanno precisamente parte di quell’«io esteriore che «muore» e che viene gettato in disparte come un abito sudicio, al risveglio genuino della vita contemplativa. 

La contemplazione non è, non può essere, un’attività di questo «io» esteriore. Vi è opposizione irriducibile tra l’«io» profondo, trascendente che si ridesta solo nella contemplazione e l’«io» superficiale, esteriore, che noi identifichiamo abitualmente con la prima persona singolare. Dobbiamo ricordare che quest’«io» superficiale non è la nostra vera essenza; è semplicemente la nostra individualità e il nostro «io» empirico, ma non è in verità quella persona nascosta e misteriosa in cui noi sussistiamo agli occhi di Dio. L’«io» che opera nel mondo, che pensa a se stesso, che osserva le proprie reazioni, che parla di se stesso, non è il «vero io» che è stato unito a Dio in Cristo. È tutt’al più l’abito, la maschera, il travestimento di quell’io misterioso e sconosciuto che la maggior parte di noi non arriva mai a conoscere veramente se non dopo la morte. La nostra personalità esteriore non è né eterna né spirituale; è ben lungi dall’esserlo. Questo «io» è destinato a sparire come fumo. È del tutto fragile ed evanescente. La contemplazione è precisamente la consapevolezza che questo «io» è in effetti il «nonio»; è il risveglio dell’«io» sconosciuto, che non può essere oggetto di osservazione e di riflessione ed è incapace di commentare se stesso. Quell’«io» sconosciuto non può nemmeno dire «io» con la sicurezza e l’impertinenza dell’altro, perché per natura è nascosto, senza nome, non identificato in quella società dove gli uomini parlano di se stessi e degli altri. In un mondo simile, il vero «io» rimane indefinito ed inespresso, perché ha troppe cose da dire in una volta, nessuna delle quali si riferisce a se stesso.

Thomas Merton, Semi di contemplazione 

Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi
Non avrò vissuto invano
Se potrò alleviare il dolore di una vita
O lenire una pena
O aiutare un pettirosso caduto
A rientrare nel suo nido
Non avrò vissuto invano.

Emily Dickinson

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