Lettura e brano musicale: settimana del 26 maggio

Brano musicale: Jakob Bro · Thomas Morgan · Joey Baron, Heroines

Il divino va pensato come più originario di Dio e degli dèi, come un attributo inseparabile di tutto ciò che c’è: come una pellicola trasparente, avvolta attorno a ogni cosa, mai separata in una forma particolare. Se non c’è Dio, ma piuttosto una vis divina, sparsa e diffusa nel cosmo, ciò significa che la via d’accesso alla natura non potrà essere una fede o una relazione personale, un io-tu. Non si potranno offrire sacrifici al divino né pregarlo o ingraziarselo attraverso una buona condotta morale, né esso potrà mai rappresentare un modello che fondi una teologia politica o un ordinamento sociale, o una qualsiasi immagine di come il mondo dovrebbe essere, un esempio per la nostra buona condotta, qualcosa che dobbiamo riconoscere nel volto del nostro compagno. Forse non si potrà parlare nemmeno più di una via d’accesso. Nulla a che vedere, dunque, con il Dio educativo e pedagogico, amorevole o punitivo che ci è familiare. L’unico modo per avvicinarsi a questo divino sarà intendere chiaramente il mondo per come è. Divino significa che esso non è mai separato da ciò di cui è aggettivo. […]

La storia delle religioni e delle istituzioni è la storia dell’intrappolamento di questo divino pervasivo, o della separazione dell’esperienza fondamentale, che è dovunque, in una zona autonoma e separata (esattamente allo stesso modo in cui l’inconscio, trasformato da aggettivo in sostantivo, è tenuto in ostaggio dagli psicoanalisti). Il tentativo ostinato di fare dell’invisibile il presupposto e il fondamento del visibile. Forse è qualcosa che dipende dalla stessa struttura del nostro pensiero e del nostro linguaggio. Affinché si edifichi, bisogna prima di tutto che qualcosa venga separato dal resto, che sia trasformato da aggettivo in sostantivo, ossia in un sostrato metafisico, in una sostanza. Così, perché il divino potesse fondare, istituire e garantire l’ordine del mondo, esso è stato separato e custodito entro una serie di immagini e di nomi, da cui occorre finalmente liberarlo. Il fraintendimento per cui il panteismo, affermando l’identità di Dio e natura, condurrebbe ad esempio a una maggiore sensibilità ecologica è un fraintendimento utile, che tuttavia isola la natura – ossia Dio – in un luogo preciso, edenico, verde, che diventa sacro e intoccabile. 

Tutte le questioni circa la natura dell’uomo, il libero arbitrio, il bene e il male, o la salvezza – le questioni della religione e della morale – perdono ogni senso in questa prospettiva, e appaiono improvvisamente tinte di un pathos che stona decisamente con la tonalità emotiva panteistica. Certo può lasciare disorientati questo divino pervasivo e totale, che non comanda e non salva, che non si rivolge all’uomo dicendogli che fare, che non ama le creature rispecchiandosi in esse, consolandole. Che farsene di un tale Dio? Eppure proprio questo disorientamento, questo improvviso cedere del terreno sotto ai piedi, è il primo respiro del pensiero, il primo segno di liberazione da una zavorra soffocante, che rendeva l’aria irrespirabile. Solo attraverso questo primo respiro, forse, sarà possibile guardare il mondo e le cose in quell’intensità puramente panteistica che Spinoza ha chiamato amor dei intellectualis.

Dattilo, Emanuele. Il Dio sensibile

Segui la diretta sulla pagina facebook