Brano musicale: Tord Gustavsen Trio, The Other Side
Nelle Upanishad sta scritto: “Rinasce sempre e solo il Signore”, cioè nella nuova esistenza non arriva il nostro io superficiale. Nella nuova esistenza questa vita di Dio si rigenera in una nuova forma. Non deve però necessariamente ripresentarsi nella forma che abbiamo adesso. Siamo così egocentrici da ritenere di dover conservare per sempre questo nostro io.
Questo io, tuttavia, non costituisce la nostra vera identità. Lo sopravalutiamo. La nostra identità si trova ad un livello ben più profondo. Non riusciamo a comprendere che è la vita divina stessa, indipendentemente dalla forma nella quale risorgeremo. In effetti non diamo alcuna chance a Dio, alla vita divina. Con il nostro io cerchiamo continuamente di arginarlo e di tenerlo a bada.
Nella resurrezione di Gesù i discepoli, nell’esperienza, hanno superato il confine tra morte e vita. Siamo chiamati ad esperire questa vita eterna, indipendentemente dalla forma nella quale riemergeremo dopo la morte. Quando l’uomo supera la limitazione della sua coscienza personale, entra in un’area d’esperienza alla quale si sono dati nomi molto diversi. Tutti questi nomi indicano sempre lo stesso, vale a dire che la morte non esiste. Morire è solo la grande trasformazione in un’esistenza nuova.
Se oggi si rinvenissero le ossa di Gesù e si potesse di mostrare che egli si è decomposto nella tomba, la mia fede in Gesù Cristo non verrebbe intaccata. L’esperienza della resurrezione non ha niente a che vedere con le ossa di Gesù. È un’esperienza che tutti possono fare: si tratta del fatto che la nostra natura più profonda è divina e che dunque non può morire.
Il messaggio e chiaro. La nostra vita non finisce con la morte. Entriamo in una nuova esistenza. E quell’esistenza – è la nostra speranza – sarà un’esperienza di Dio più completa rispetto a quanto ci permetta la nostra esistenza attuale.
Ed è proprio questo che stiamo celebrando oggi. Nel mistero eucaristico celebriamo la morte e la resurrezione di Gesù e al tempo stesso la nostra stessa morte e la nostra stessa resurrezione. Stiamo celebrando ciò che siamo nel profondo, che siamo già dei risorti, anche se ancora non ci è manifesto.
Willigis Jäger, L’essenza della vita, 2007 (pp 354-356)



