Lettura e brano musicale: settimana del 21 settembre

In Occidente, la teologia della parola di Dio ha quasi ucciso la parola di Dio. Questa affermazione paradossale è vera nella misura in cui i teologi hanno tradotto il termine ebraico dabhar con ‘parola’ senza porre attenzione a ciò che i termini “parola” e “parole” sono giunti a significare nella nostra cultura. Il termine dabhar, infatti, non significa ciò che noi intendiamo dire con parola o parole. La Riforma protestante, che avvenne contemporaneamente all’invenzione della stampa e in un momento in cui la popolazione dell’Europa Occidentale era per due terzi analfabeta, saggiamente recuperò una teologia della predicazione della parola di Dio. Ma la situazione attuale è del tutto diversa. L’egemonia dell’emisfero sinistro del cervello, a partire dall’epoca dell’Illuminismo, ha prodotto una cultura che ci inonda di parole. Pubblicità, giornali, discorsi politici, libri in edizione economica, grandi biblioteche e ora anche i word processors sembrano impegnarsi tutti insieme a cambiare il significato del termine “parola”; in un certo senso, a causa dell’uso eccessivo di parole, il termine stesso vale sempre di meno. Ma se vogliamo recuperare la nostra vita, le nostre radici spirituali che ci nutrono e ci fanno crescere, dobbiamo tornare ai tempi preverbali della creazione originaria. Ai tempi antecedenti alla stampa, alla radio, al computer, ai tempi in cui c’era così tanto silenzio attorno che le parole esprimevano qualcosa di significativo. La parola detta, la parola raccontata, la parola che fa nascere, ovvero la parola che è energia creativa divina.

Matthew Fox, In principio era la gioia

La nostra vita è impossibile, assurdità. Ogni cosa che noi vogliamo è contraddittoria con le condizioni o con le conseguenze relative; ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con i loro contrari. Siccome siamo creature siamo contraddizione; perché siamo Dio e, al tempo stesso, infinitamente altro da Dio.

Simone Weil

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