Brano musicale: Yann Tiersen, Comptine d’un autre été, l’après-midi
La contemplazione è l’espressione più alta della vita intellettuale e spirituale dell’uomo. È
quella vita stessa, pienamente cosciente, pienamente attiva, pienamente consapevole di
essere vita. È prodigio spirituale. È timore riverente, spontaneo, di fronte al carattere sacro
della vita, dell’essere. È gratitudine per il dono della vita, della consapevolezza,
dell’essere. È chiaro intendimento che la vita e l’essere, in noi, derivano da una Fonte
invisibile, trascendente e infinitamente ricca. La contemplazione è soprattutto
consapevolezza della realtà di questa Fonte. Essa conosce questa Fonte in modo oscuro,
inesplicabile, ma con una certezza che trascende sia la ragione, sia la semplice fede. La
contemplazione, infatti, è un genere di visione spirituale alla quale aspirano, per la loro
stessa natura, la ragione e la fede, poiché senza di essa sono destinate a restare sempre
incomplete. Tuttavia, la contemplazione non è visione, perché vede «senza vedere» e
conosce «senza conoscere». È fede che penetra più in profondità, conoscenza troppo
profonda per poter essere afferrata in immagini, in parole, o anche in concetti chiari. Essa
può venire suggerita da parole, da simboli; ma nel momento stesso in cui tenta di
descrivere ciò che conosce, la mente contemplativa ritratta ciò che ha detto e nega ciò che
ha affermato. Perché nella contemplazione noi conosciamo, per mezzo della «non
conoscenza», o meglio conosciamo al di là di ogni conoscenza o «non conoscenza».
La poesia, la musica e l’arte hanno qualcosa in comune con l’esperienza contemplativa.
Ma la contemplazione va oltre l’intuizione estetica, l’arte e la poesia. Anzi, va anche oltre
la filosofia e la teologia speculativa. Essa le riassume, le trascende e le completa tutte,
eppure, nel medesimo tempo, sembra in un certo senso, soppiantarle e negarle tutte. La
contemplazione va sempre oltre la nostra conoscenza, i nostri lumi, oltre ogni sistema,
ogni spiegazione, ogni discorso, ogni dialogo, oltre il nostro stesso essere. Per entrare nel
regno della contemplazione è necessario, in un certo senso, morire; ma questa morte è, in
realtà, l’accesso a una vita più alta. È un morire per vivere; un morire che lascia dietro di
sé tutto ciò che conosciamo e che teniamo in gran conto, come il vivere, il pensare,
l’esperimentare, il gioire, l’essere.
Merton, Thomas. Semi di contemplazione
Io abito la Possibilità
Una casa più bella della prosa
più ricca di finestre
superbe le sue porte
E’ fatta di stanze simili a cedri
che lo sguardo non possiede
Come tetto infinito
ha la volta del cielo
La visitano ospiti squisiti
La mia sola occupazione
spalancare le mani sottili
per accogliervi il Paradiso
Emily Dickinson (1862)



