Brano musicale: Giovanni Allevi, “Flowers”
La carenza dell’essere innesca un eccesso di produzione.
L’odierna iperattività e l’odierna ipercomunicazione si lasciano interpretare come una reazione all’imperante penuria dell’essere, cui viene contrapposta la crescita materiale. Noi produciamo contro un senso di carenza. La produzione raggiunge quindi il suo zenit al nadir dell’essere. Il capitale è una forma di sopravvivenza: il capitalismo è alimentato dall’illusione che un aumento di capitale generi un aumento di vita, di potere applicabile alla vita, ma questa è una nuda vita, una forma di sopravvivenza.
Il senso di carenza spinge all’azione. Chi agisce deciso, non guarda. Chi invece, come Faust, grida “Sei così bello, fermati!”, non agisce. La pienezza dell’essere, ovvero la bellezza, si raggiunge con lo sguardo. Abbiamo perso per strada la consapevolezza del fatto che il massimo livello di felicità è dovuto al guardare. Sia nell’antichità, sia nel Medioevo, la felicità veniva ricercata nello sguardo contemplativo.
Il poeta greco Menandro scrive:
“Quello che io chiamo felice, Parmenone,
che senza dolore ha visto ciò che è splendido
su questa terra, e poi ritorna rapidamente
là da dove venne. Perché questo:
il sole che risplende per tutti, le stelle,
il mare, il corteo delle nuvole, il chiarore
del fuoco: se vivi cento anni, questo vedi sempre
e anche se vivi solo pochi anni
non puoi vedere niente di più grande”.
Han, Byung-Chul, Vita contemplativa: o dell’inazione



