XIX domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Mt 14, 22-33

Non siamo chiamati semplicemente a imitare Cristo, come se egli fosse un modello esterno da riprodurre. Siamo chiamati piuttosto a diventare cristici: a prendere coscienza che la nostra essenza più profonda partecipa della vita divina.

Non siamo la forma che abbiamo assunto, ma la Vita che, attraverso questa forma, sta accadendo. E si può perdere soltanto ciò che si ha, mai ciò che si è.

Pietro vuole imitare Gesù. Lo vede camminare sulle acque e tenta di fare altrettanto. Ma affonda. Non perché gli manchi il coraggio, bensì perché, per un istante, smette di affidarsi alla Vita che lo sostiene. Guarda il vento, guarda le onde, guarda il pericolo. E perde il contatto con la Presenza.

Gesù non lo rimprovera per la sua debolezza, ma per la sua poca fede.

Non sarà dunque l’etica a salvarci. Non basta sforzarci di essere buoni, comportarci bene, imitare gesti considerati esemplari. La buona volontà, da sola, non conduce al compimento del cuore. Ciò che salva è vivere a partire dalla nostra natura più profonda, lasciare che il divino fluisca attraverso di noi come l’acqua da una sorgente.

Il bene, allora, non sarà più qualcosa che dobbiamo imporci, ma ciò che spontaneamente sgorga da ciò che siamo diventati.

Se la paura è l’angoscia per ciò che potrebbe accadere, la fede è l’allineamento interiore con ciò che sta accadendo. È abitare pienamente il momento presente, nella consapevolezza che «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». (Gal 2, 20)

Quando questo accade, non siamo più noi a dover attraversare l’abisso, è la Vita che ci attraversa. E allora possiamo ritrovarci a camminare oltre il ciglio del vuoto, sospesi nell’aria. O sulle acque agitate di un mare in tempesta. Non perché le onde siano scomparse, ma perché abbiamo finalmente riconosciuto ciò che, da sempre, ci sostiene.

«Fai un passo verso il vuoto, e il vuoto ti sosterrà».

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